domenica 8 aprile 2007

Vorwort - a proposito del Tempo

mi sono imbattuto del tutto inaspettatamente in un' interessante riflessione sul concetto occidentale di tempo nel libro, un romanzo, Il senso di Smilla per la Neve.
senza entrare nei dettagli, la protagonista si trova a fare delle considerazioni critiche sulla fisiologica necessità della cultura europea di misurare il mondo e soprattutto di farlo in modo uniforme, oggettivo ed equipollente. invece come racconta Smilla presso le popolazioni Inuit abitanti la regione settentrionale danese della Groenlandia è in uso tuttora misurare la distanza tra un accampamento e l' altro in sinik ovvero sonni (pernottamenti), poichè questa flessibile unità di misura tiene conto, oltre al fattore distanza, i fattori tempo atmosferico, stagione e altre particolarità climatiche. non che per questa sua intirnseca flessibilità, ci assicura, questo metro sia lasco, anzi, è proprio da questo sistema di variabili che si ottiene una misura esatta. ma la cosa che più mi ha interessato ma su cui il libro proseguendo nella narrazione non si sofferma, è che in questa civiltà ,che ha vissuto in uno stato primitivo(?) fino alla civilizzazione avvenuta negli anni '60 ,dopo che il governo danese ha posto fine all' epoca coloniale in terra groenlandese, tempo e spazio sono percepiti come un unico concetto, sinik, appunto.

qualcosa di simile l' avevo già trovato nelle letture praparative all' utilizzo dell' I Ching, il libro dei mutamenti cinese, quando viene esposta la reoria dei nove lanci di tre monete per consulare l' oracolo. ogni lancio in base alla combinazione delle facce delle monete crea una linea che compone una figura. il perchè di ogni linea, o meglio, il perchè di una data combinazione di facce di moneta è dato dal concetto orientale di attimo come sistema di variabili spazio-temporali simultanee. per semplificare: tiro una moneta e viene testa perchè fuori è passata un automobile.

nella nostra cultura i due concetti sono ben separati, tanto che provare ad immaginare in uno scenario primordiale pre-big bang in cui spazio e tempo sono un' unica e ancora inscissa materia è francamente difficile. basta osservare anche solo superficialmente quanto le nostre materie di studio sono tenute vicendevolmente a distanza (salvo qualche sporadica, pallida ed abbozzata iniziativa-foglia di fico), nonostante quanto siano vicine ed interagenti.

detto questo inizio ad interrogarmi sul concetto di tempo in musica, ed arrivano le prime risposte: il tempo nella cultura musicale occidentale è subordinato al misurare, al quantificare. in effetti il nostro tipo di notazione musicale nasce e si affina proprio in questa direzione. posso affermare che questo è sostanzialmente vero (molto sintetico ma vero) a livello di "solfeggio".
ma anche quando ci si addentra nella definizione di un andamento ovvero la distanza temporale tra una pulsazione e la successiova ci si imbatte in termìni quali moderato, andante appassionate, vivo, allegro con fuoco, che danno una sorta di idea di quella che dovrebbe essere appunto la velocità di esecuzione, oltre ad un certo tipo di espressività intrinseca nella retorica musicale occidentale. purtoppo la prassi ha escluso questa sorta di autodeterminazione, o più semplicemente interpretazione, dato che per ogni espressione facente parte dell' agogica c' è ormai una tabella che riporta il giusto numero di b.p.s., con scarti davvero minimi.

aldilà che sia più o meno interessante il sistema occidentale, non è decisamente quello di cui abbiamo bisogno, credo proprio di poterlo escludere. non potrebbe mai entrare in un sistema proprio per questa sua troppo oggettiva e retorico-dipendente caratteristica.
il modello groenlandese potrebbe suggerire una via? si potrebbe cercare un campo di applicazione dove due concetti dati per scontati esser separati invece possano essere di fatto la stessa cosa, o meglio, determinare la stessa cosa?

domani posto il mio lavoro su ritmo ed immagini. questo era appunto das Vorwort.

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